LIF-induced STAT3 signaling in murine versus human embryonic carcinoma (EC) cells

In document University of Groningen Molecular analysis and biological implications of STAT3 signal transduction Schuringa, Jan-Jacob (Page 110-124)

È la sola fra le Sette Meraviglie del mondo a essere sopravvissuta fino a noi quasi intatta, mentre delle altre o non rimane nulla o solo qualche minima traccia. Il problema di queste mirabili costruzioni è sempre stato quello dei periodi di collasso della civiltà e del conseguente impoverimento. Ma anche il fatto che erano costruite con materiali pregiati e in tempi di abbandono venivano assalite, demolite per riciclarle. Quando si tratta di tombe o mausolei (la Grande Piramide lo è) la violazione avviene già in età antica perché era noto che all’interno i corredi funebri erano ricchissimi, sicché la conservazione in toto del corredo di Tutankhamon è una specie di miracolo, un unicum.

La Grande Piramide è talmente stupefacente per le dimensioni, la perfezione quasi assoluta, la precisione millimetrica degli incastri e delle sovrapposizioni, l’imponenza e la maestà, il peso esorbitante, l’orientamento astronomico, le proporzioni matematiche, che ha fatto sorgere ogni tipo di assurda ipotesi, soprattutto in tempi relativamente recenti, quando la passione per l’Egittologia, scatenata dall’invasione napoleonica del 1798, ha richiamato nel paese del Nilo una quantità di persone in cerca di forti emozioni, di misteri da indagare, di magie arcane e di tutta la panoplia emotiva tipica del pre-romanticismo.

In età contemporanea le acque non si sono calmate, e anzi, si è arrivati a credere che la Grande Piramide, assieme ovviamente alle sue sorelle minori, sia stata

edificata da civiltà aliene venute sulla terra a trasmettere conoscenze straordinarie e irraggiungibili dal genere umano; la fiction letteraria e quella cinematografica hanno fatto il resto.

Altri personaggi, ispirati al biblismo anglosassone, non hanno esitato a dichiarare che si trattava dei granai costruiti da Giuseppe figlio di Giacobbe, divenuto gran visir e interprete dei sogni del faraone, per immagazzinarvi il grano in previsione delle sette vacche magre, ossia di un lungo periodo di carestia. Certamente nessuno di loro le aveva mai viste, altrimenti si sarebbe reso conto che all’interno non c’era posto per immagazzinare grano nemmeno per sette mesi.

Gli studiosi non hanno mai avuto dubbi che si trattasse di una tomba, perché bastava leggere le fonti antiche che in abbondanza ci sono pervenute per giungere a una simile, elementare conclusione: in particolare Erodoto, che viaggiò in Egitto e interrogò a più riprese i sacerdoti che custodivano la memoria storica del Paese, ma ci resta anche Manetone, che al tempo di Tolemeo II Filadelfo stilò una lista dei sovrani d’Egitto e delle loro dinastie. Le caratteristiche del racconto erodoteo1, però, ci fanno capire che le sue fonti riportavano anche leggende e storie del folklore locale di cui poi si sono trovati ampi squarci nei testi in geroglifico che in certe situazioni si sono anche rivelati coincidere in modo sorprendente con passi dell’Esodo biblico ambientati in Egitto.2 Erodoto afferma che la Grande Piramide era la tomba di Cheope, costruita da centomila uomini che avevano lavorato per vent’anni a turni di tre mesi (II, 124). Egli narra inoltre che le spese per la sua costruzione erano divenute così enormi da costringere la figlia a prostituirsi per trovare il denaro per continuare i lavori. A memoria di questa vergogna, la principessa si sarebbe fatta dare una pietra da ciascuno dei suoi clienti con cui avrebbe fatto edificare una delle piccole piramidi che si vedono nei dintorni.

Una simile leggenda è stata probabilmente originata dalla memoria di qualche santuario in cui si praticava la prostituzione sacra, abbastanza comune nel mondo antico.

In origine, la Grande Piramide, al pari delle altre due di Micerino e di Chefren, era rivestita di lastre di calcare perfettamente levigate che brillavano al sole come pietre preziose ed era rivestita sulla punta (il piramidion) da lamina d’oro. È poi anche possibile che il rivestimento esterno fosse decorato o recasse iscrizioni, ma questa è una circostanza che oggi non è facile verificare. Parte del rivestimento crollò durante il grande terremoto del XIV secolo a.C. Il resto fu rimosso durante il regno del Saladino, ma soprattutto durante quelli del sultano Hassan e del sultano Barkuk fra il 1356 e il 1399, che utilizzarono il calcare levigato per erigere moschee e palazzi al Cairo.

Durante l’occupazione araba, il califfo Ma’mun fece trapanare la piramide per cercare la via verso il tesoro che si supponeva fosse custodito all’interno, ma senza risultati.

Da quel tunnel entrano oggi i turisti per le loro visite. Da allora la piramide fu utilizzata come una cava di materiali da altri califfi e spogliata completamente di quanto restava del suo rivestimento esterno, che fu adoperato per costruire altri edifici del Cairo fra cui la grande moschea.

Solo sulla parte apicale della piramide di Chefren, il figlio di Cheope, ne resta ancora una parte, sufficiente per farsi almeno un’idea dell’aspetto originario delle piramidi.

Esaurito il rivestimento – un’operazione che dovette richiedere tempi lunghi –, si iniziò probabilmente lo smontaggio dei blocchi sottostanti, anch’essi di calcare, del peso di almeno quattro tonnellate ciascuno. Ma per fortuna la struttura del monumento non ebbe a soffrirne più di tanto.

Oggi la Grande Piramide è di poco superiore a quella di Chefren, mentre nell’antichità la sopravanzava di circa 10 metri.3

Al suo interno ci sono due corridoi d’accesso, uno verso l’alto e uno verso il basso. Quello verso il basso raggiunge il letto di roccia piena dopo aver percorso 28 metri all’interno della struttura edificata. Gli ultimi 9 metri sono in senso orizzontale per garantire sufficiente spazio a un eventuale corteo processionale per raggiungere la camera sepolcrale, ammesso che di questo si trattasse. Ma è una spiegazione poco convincente: non si capisce infatti come i partecipanti al corteo potessero strisciare all’interno di un cunicolo tanto lungo e stretto (1 metro x 1 metro) per poi alzarsi in piedi solo negli ultimi 9 metri.

La prima parte del corridoio fu ricavata lasciando libero lo spazio nella struttura a mano a mano che veniva innalzata, ma i restanti 77 metri furono tutti tagliati nella viva roccia. Il volume del taglio, quindi, è praticamente pari a 77 metri cubi, essendo il corridoio approssimativamente di un metro per un metro, come ricordato. Se consideriamo un metro cubo di calcare pari a circa 1,5 tonnellate avremo in tutto un peso di 115,5 tonnellate. Il taglio di un metro cubo di calcare effettuato oggi con mazza e scalpello d’acciaio temperato richiederebbe circa una settimana di lavoro e quindi il taglio di tutto il cunicolo richiederebbe circa due anni. Calcolando che in uno spazio di un metro per un metro può lavorare soltanto un uomo per volta e considerando che nel 2560 a.C. gli operai avevano a disposizione solo strumenti di pietra o di rame, possiamo pensare che il tempo necessario sia stato almeno il doppio, ma forse anche di più. Tempo che cresce ulteriormente se teniamo conto anche della rimozione dei detriti lasciati dal taglio.

Queste nostre molto approssimative considerazioni non pretendono di arrivare ad alcuna conclusione, ma vogliono dare un’idea della mole di lavoro necessaria per tagliare non solo il corridoio della camera inferiore ma tutti i blocchi di calcare che compongono la piramide (un milione e seicentomila, o un milione e duecentomila secondo altri

calcoli). Il corridoio inferiore termina con una camera ipogea piuttosto ampia (14 x 8,3 x 4,3 metri). Al centro del vano c’è una specie di pozzo verticale che però gli studiosi non ritengono sia della stessa epoca della costruzione della piramide. È probabile che l’abbia scavato John S. Perring certo momento interrotta e mai completata, per ragioni che ignoriamo. Forse l’architetto si rese conto di aver commesso un errore o più probabilmente il committente, cioè il faraone in persona, cambiò idea in corso d’opera. Ciò che impressiona è che uno sforzo così enorme sia stato di fatto sprecato e l’opera presumibilmente abbandonata. C’è anche chi pensa che la camera inferiore fosse stata scavata per depistare i saccheggiatori di tombe, oppure che Cheope, dopo aver visto l’opera penetrare nel ventre della collina, avesse preferito essere collocato in un luogo più elevato verso il centro della piramide. In ogni caso, nessuna di queste ipotesi appare soddisfacente e risolutiva e il problema dunque rimane aperto. È interessante notare che la “camera della regina” si trova quasi sulla perpendicolare del vertice della piramide, cioè quasi esattamente al centro, leggermente spostata verso sud.

Un altro corridoio, dicevamo, punta invece verso l’alto e verso l’interno della piramide. Al livello in cui comincia la grande galleria si diparte un corridoio orizzontale che arriva alla cosiddetta “camera della regina”, mentre l’altro, quello ascendente, superata la galleria, arriva fino alla camera del re che è sormontata da cinque gigantesche lastre di granito di Aswan, di cui due a V rovesciata che dovevano avere funzione di scarico dell’enorme peso soprastante. Al centro della camera funeraria c’è un rozzo

sarcofago danneggiato nell’angolo sudest e apparentemente privo di coperchio.

Si è molto discusso del significato e della funzione della grande galleria, ma anche qui con scarsi risultati. Il manufatto è imponente e, quando il visitatore ci arriva, resta stupito per le dimensioni (è alta 8,6 metri e lunga 48,68 metri) e per i sofisticati accorgimenti architettonici.

Le pareti, infatti, sono costituite da enormi blocchi che sporgono progressivamente verso il centro con un aggetto di circa 7 centimetri ciascuna per cui lo spazio in alto si riduce notevolmente rispetto alla larghezza del pavimento che è fatto di due gradonate separate da una rampa centrale.

Si è ipotizzato che fosse una specie di cattedrale per riti particolari, ma non si vede perché il pavimento sia in salita e diviso in tre fasce. Inoltre non si capisce quale tipo di riti, visto che il cerimoniale funerario dei faraoni era rigidissimo. C’è anche chi pensa a uno spazio per collocare materiali destinati a essere messi in opera successivamente per il bloccaggio della sepoltura del re e per le saracinesche che venivano calate dall’alto una volta chiuso il sarcofago.

C’è chi ha pensato che servisse per una impalcatura di legno atta a sostenere i blocchi e che lasciasse passare gli operai di sotto, ma anche questa idea sembra alla maggioranza degli studiosi poco convincente. Essendo quei blocchi giganteschi pesanti dalle 20 alle 80 tonnellate e non potendo essere rimossi finché la piramide non fosse terminata e officiato il funerale, avrebbe finito per cedere creando un disastro. A parte la difficoltà enorme di piazzare i massi di bloccaggio e le saracinesche su una impalcatura alta almeno due metri.

Il problema di fondo è che non si capisce il perché di una struttura tanto importante e imponente quando sarebbe bastato prolungare il cunicolo ascendente fino alla camera funeraria.4

In realtà, un oggetto così impressionante e maestoso come la grande galleria non ha apparentemente alcun significato che noi siamo in grado di comprendere. L’unica struttura che in qualche modo richiama è la camera funeraria della piramide di Snefru, il padre di Cheope, anch’essa realizzata con la tecnica ad aggetto di grandi blocchi laterali.5

Non c’è da stupirsi tuttavia se la costruzione di questi monumenti presenta tanti problemi interpretativi, perché l’epoca in cui fu eretta la Grande Piramide dista da noi quarantacinque secoli, una distanza temporale immensa, che costituisce una sorta di barriera fra noi moderni e gli uomini che idearono, progettarono e costruirono il monumento.

Gli sforzi per proteggere il sonno eterno del faraone si rivelarono comunque del tutto inutili, e la Piramide venne violata, anche se non è stato possibile determinare quando questo sia accaduto. La prima violazione sarà avvenuta certamente in età antica in uno dei periodi di decadenza, quando le strutture dello stato che proteggevano le aree sacre venivano a mancare e i ladri avevano mano libera. Sir William Flinders Petrie,6 uno dei più grandi archeologi di tutti i tempi, ha fornito una spiegazione affascinante su come i ladri avrebbero scoperto il punto di ingresso alla Piramide, visto che il rivestimento esterno di calcare pregiato era tutto levigato in modo uniforme: il colore.

Essendo passato molto tempo fra la posa in opera delle prime lastre di rivestimento e la collocazione di quelle che coprivano l’accesso, queste ultime avevano probabilmente un colore più chiaro, perché non avevano fatto in tempo a ossidarsi. Si potrebbe però obiettare che un saggio architetto come quello che ha diretto i lavori della Piramide potrebbe aver tagliato le pietre dell’ingresso per lasciarle stagionare con le altre e metterle poi in opera assieme a quelle con il colore già ossidato. In ogni caso è noto che c’erano delle complicità fra i custodi delle necropoli e i

ladri. Sappiamo che nel Primo Periodo Intermedio fu intensa l’attività dei saccheggiatori e questa può essere stata l’epoca in cui la Grande Piramide subì i primi attacchi.7

Sappiamo, comunque, che anche i faraoni, in età successive, utilizzarono materiali dalla Piramide, come è avvenuto peraltro nella storia dell’impero romano.

La chiusura del cunicolo ascendente di accesso avvenne con incredibile sagacia degli architetti che ricavarono lo spazio nella struttura ascendente della piramide ma celarono la copertura in modo magistrale. Come ancora oggi è possibile vedere, i ladri dovettero tagliare i blocchi di traverso per intercettare il corridoio che conduceva alle camere reali.

La camera del re è abbastanza regolare ma non perfetta.

Gli angoli fra le pareti e il soffitto da una parte e il pavimento dall’altra non sono esattamente retti e questa è probabilmente una delle cause – assieme al peso spropositato di oltre 100 metri di massa lapidea fino alla sommità – che ha provocato già nell’antichità, forse addirittura a lavori non del tutto ultimati, le fessurazioni nelle pareti.

Le misure della camera sono notevoli – 10,45 metri di lunghezza, per 5,23 di larghezza, per 5,08 di altezza –, e creano un vano, cioè un vuoto molto esteso per una sola campata. In teoria i grandi blocchi di copertura avrebbero dovuto cedere al peso, cosa che non avvenne. Come mai?

Perché gli architetti del re avevano disposto al di sopra della camera cinque giganteschi blocchi di granito che poggiavano, indipendentemente l’uno dall’altro, sul massiccio della piramide e non semplicemente sui lastroni di contorno alla camera sepolcrale. Al di sopra del quinto vano furono disposte due lastre dello spessore di due metri, segate obliquamente nella parte superiore in modo da combaciare formando una V rovesciata che scaricava il peso sul massiccio.

Ma il particolare forse più interessante di questo complesso è che all’interno delle camere di scarico ci sono dei geroglifici in pittura rossa. Essi furono tracciati dai capisquadra che lavorarono a questa incredibile opera e che ci trasmisero in tal modo il nome del faraone che avrebbe dovuto dormire il suo sonno eterno nel cuore di quella montagna di pietra. Khufu, cioè Cheope.

Questo stabilito, resterebbe da identificare la destinazione dei vari elementi vuoti all’interno della Piramide. L’enorme monumento è di fatto quasi tutto pieno, esclusi i corridoi – quello discendente e quello ascendente –, le tre camere funerarie – quella sotterranea, quella detta

“della regina” e quella detta “del re” –, la grande galleria e il pozzo di scarico.

Quest’ultimo manufatto dalla sezione approssimativamente quadrata e abbastanza regolare (metri 0,65 x 0,68) è caratterizzato da uno strano andamento: prima scende quasi verticale, e poi assume una direzione obliqua e va a intercettare il corridoio discendente che porta alla cripta incompiuta scavata dentro la roccia. Si sono fatte parecchie ipotesi di cui una molto suggestiva: il pozzo sarebbe stato scavato di nascosto dagli operai per aprirsi una via di fuga dopo il funerale del faraone quando sarebbero stati messi in opera i blocchi di mascheramento, i massi di bloccaggio e le saracinesche. Si tratta però di una ipotesi improbabile, ispirata forse a opere di fantasia in cui si narra di operai intrappolati a morire di una morte terribile e angosciosa perché il segreto di tesori sepolti non trapeli.

Gli egiziani non praticavano simili crudeltà e sempre dimostrarono rispetto per la vita umana. La controprova è che non è mai stata trovata nelle piramidi o in altre tombe monumentali la minima traccia di resti umani che non fossero del defunto che vi era sepolto.

Tutte e tre le camere erano evidentemente state preparate per il faraone e poi, o per ripensamenti degli

architetti o per diverse decisioni dello stesso faraone, due di esse furono abbandonate ancora prima della rifinitura completa. Ciò non deve stupire, e nemmeno il fatto che, secondo le osservazioni di alcuni studiosi, le lastre di scarico della camera funeraria fossero in massima parte inutili. Quell’opera di immani dimensioni (pensiamo alla Grande Piramide, ma anche a quella di Menkhaure-Micerino, di poco inferiore per altezza e volume) non nacque probabilmente con un piano definitivo e immutabile, ma fu essa stessa palestra di sperimentazione.

Il peso esorbitante della struttura, concepita per rendere impossibile il sacrilegio e la violazione della mummia del faraone, dovette essere il problema principale da risolvere, e inoltre si dovette tenere conto anche dei terremoti, frequenti in Egitto.

La necropoli di Dahshur mostra chiaramente come gli architetti sperimentassero diverse soluzioni. In primo luogo basta considerare le due piramidi di Snefru, il padre di Cheope, più antiche della Grande Piramide. La prima ha una doppia inclinazione: partita da un progetto che l’avrebbe portata a 128 metri di altezza, mostrò probabilmente dei cedimenti dovuti all’instabilità del terreno e gli architetti inclinarono con un angolo più stretto la seconda parte ottenendo un involontario effetto diamante di grande fascino e bellezza. C’è chi pensa, prosaicamente, anche a un pentimento della stessa corte onde risparmiare sulle spese e sui materiali, oppure a un nuovo calcolo più prudente degli architetti che forse temevano che l’enorme peso avrebbe polverizzato la camera funeraria. La seconda piramide invece, detta per il colore dei suoi materiali “piramide rossa”, fu realizzata con un angolo iniziale di 45° che venne mantenuto fino alla sommità. Il rinvenimento di resti umani all’interno ha fatto pensare che quella sia stata in effetti la vera sepoltura di Snefru.

Ma come fu percepita dagli antichi la seconda meraviglia del mondo? Con stupore e ammirazione, ovviamente, ma anche con spirito critico, infatti la leggenda nera di Cheope, rappresentato come un tiranno megalomane e spietato, ha origine per noi già da Erodoto, che scrive nella seconda metà del V secolo a.C. Il ritratto tutto in negativo di Cheope è dovuto al fatto che Erodoto ragiona con la mentalità di un uomo che conosce istituzioni democratiche e sistemi elettivi di governo. E che, comprensibilmente, non si capacita del significato di uno sforzo così immane da apparire mostruoso. D’altra parte, il duro giudizio che diede Auguste Mariette, fondatore del Museo Egizio, delle sue pagine è ancora meno giustificato dei suoi errori e delle sue divagazioni fantastiche. Erodoto veniva da una civiltà in cui i monumenti più grandi e dispendiosi (nulla comunque di fronte a quelli egizi) erano sempre edifici pubblici, mai privati, e in ogni caso non strutture dedicate a un uomo solo. Erodoto, d’altra parte, non è insensibile alle tradizioni dei riti funerari egizi, tanto è vero che descrive in modo molto preciso e dettagliato i vari livelli di imbalsamazione, dai più costosi e ricercati a quelli più elementari e sobri, come mettere il cadavere sotto sale di natron per tre mesi.

Quattro secoli dopo, Plinio ragionava in modo analogo considerando gli acquedotti romani molto più ammirevoli della Grande Piramide perché davano acqua potabile a centinaia di migliaia di persone mentre la Piramide era costata sangue, lacrime infinite e fatiche disumane solo affinché un uomo avesse una tomba ineguagliabile. Infine descrive la Grande Piramide come “stolta e inutile ostentazione di ricchezza dei re” (XXXVI, 77). In altri termini, Plinio aveva già ben chiaro il concetto tipicamente

Quattro secoli dopo, Plinio ragionava in modo analogo considerando gli acquedotti romani molto più ammirevoli della Grande Piramide perché davano acqua potabile a centinaia di migliaia di persone mentre la Piramide era costata sangue, lacrime infinite e fatiche disumane solo affinché un uomo avesse una tomba ineguagliabile. Infine descrive la Grande Piramide come “stolta e inutile ostentazione di ricchezza dei re” (XXXVI, 77). In altri termini, Plinio aveva già ben chiaro il concetto tipicamente

In document University of Groningen Molecular analysis and biological implications of STAT3 signal transduction Schuringa, Jan-Jacob (Page 110-124)