La Tabula Peutingeriana, il più grande monumento cartografico che ci sia arrivato dall’antichità, è di fatto una carta itineraria a colori che riproduce il sistema stradale dell’impero romano (cursus publicus) e rappresenta tutto il mondo conosciuto nel IV secolo d.C.1 È una mappa di straordinarie caratteristiche che riporta tutte le distanze fra una tappa e l’altra in miglia romane ed è illustrata con vignette che riproducono le città, gli edifici o i complessi più importanti, i rilievi (anche se in forma molto stilizzata), i fiumi, i laghi e il mare con i porti principali. In questi impianti portuali si vedono moli, ricoveri per le navi (navalia) e anche torri di segnalazione. Nell’intero arco del Mediterraneo (mancano però i settori occidentali che riportavano Iberia e Britannia) sono rappresentati in modo inconfondibile tre fari.

Uno è a Ostia, nel portus Augusti (cfr. anche Plinio, NH, XXXV, 83), un altro a Crisopoli, una città sulla costa asiatica del Bosforo, e un terzo ad Alessandria, benché, stranamente, la città non sia nominata. Ma è indubbiamente riconoscibile con i suoi due porti nelle vicinanze dell’ultimo braccio occidentale del delta del Nilo e il faro nel mezzo, sull’isola omonima. Di fatto, i tre fari sono collocati nei porti delle tre più grandi città del Mediterraneo antico: Roma, Costantinopoli e Alessandria.

In realtà, quello di Alessandria fu il primo dei tre a essere costruito e, visto che nella Tabula è rappresentato con il suo fuoco acceso sulla cima della torre, potremmo pensare che fosse ancora funzionante quando la grande

carta venne redatta: cioè quasi seicento anni dopo la sua costruzione.2 Sappiamo che c’era un altro faro a Ravenna, dove Augusto aveva stabilito il porto della squadra imperiale che controllava l’Adriatico, e sappiamo da varie raffigurazioni in bassorilievo che molti altri ne erano stati costruiti.

La Tabula Peutingeriana non solo rappresenta il Faro ma lo colloca anche nel posto giusto, ossia sull’isoletta che si estende, oblunga e parallela alla costa, a chiudere la baia di Alessandria fra due promontori, uno da ovest e l’altro da est. Un particolare interessante è che la Tabula Peutingeriana, piuttosto accurata nell’iconografia, rappresenta i fari sormontati da un disco rosso e non da fiamme come succede in altre rappresentazioni, il che farebbe pensare che vi fosse una sorta di riflettore.

Il promontorio orientale si chiamava Lochias e lì sorgeva il complesso del palazzo reale che s’ingrandiva sempre di più a ogni successione di un sovrano della dinastia.

Tolemeo I era, fra i successori di Alessandro, il più intelligente. Era stato suo amico personale e comandante della sua guardia del corpo, e finché il condottiero era stato vivo ne aveva riconosciuto sempre l’indiscutibile autorità.

Ma quando Alessandro morì, accettò a malincuore il patto proposto da Perdicca: aspettare tutti che la vedova, la principessa battriana Roxane, partorisse e, se fosse nato un maschio, preservare per lui l’integrità e l’unità dell’impero finché non avesse raggiunto l’età per regnare. Tolemeo, però, non aveva mai creduto nella possibilità di mantenere unito un impero che si estendeva dal Danubio all’Indo e appena gli fu possibile si proclamò re della satrapia che gli aveva affidato Perdicca, l’Egitto, e lasciò che gli altri facessero lo stesso con le loro.

Nel suo territorio Alessandro aveva fondato la prima delle più di settanta città con il suo nome, Alessandria, su una lingua di terra che separava la baia marina a nord dalla palude salmastra a sud chiamata Mareotide. In capo a

mezzo secolo essa diventò la città più grande, prospera, razionale, monumentale del Mediterraneo. E diventò inoltre un incredibile, straordinario laboratorio di ogni tipo di innovazione: urbanistica, tecnologica, scientifica e artistica.

I Tolemei, soprattutto il primo e il secondo, detto Filadelfo perché si era innamorato della sorella Arsinoe e l’aveva sposata, impostarono l’urbanistica tracciando attorno al reticolo ippodamico che aveva ideato Dinocrate, l’eccentrico architetto di Alessandro, una serie di strutture stupefacenti per la funzione, l’aspetto e le dimensioni.

Costituirono inoltre il primo centro conosciuto di ricerca pura, in cui i più brillanti cervelli avevano a disposizione la più grande biblioteca del mondo (oltre seicentomila volumi), e ricevevano una pensione e una borsa di studio, alloggio e mezzi per realizzare le loro idee. Alla direzione vennero collocati i più grandi intellettuali dell’epoca, fra cui Eratostene, autore della misura della circonferenza terrestre, Callimaco, colui che rivoluzionò i canoni della letteratura, e Apollonio Rodio, suo discepolo e poi antagonista, autore delle Argonautiche.

Qui studiò Aristarco di Samo, l’astronomo che costruì un modello eliocentrico del sistema solare diciotto secoli prima di Galileo e Copernico, e probabilmente vi studiò anche Archimede, il più famoso scienziato dell’antichità. Anche quando non erano ad Alessandria, gli studiosi e gli scienziati si scambiavano informazioni e si scrivevano, sottoponendosi l’uno al giudizio dell’altro.3 Fu l’interazione fra studiosi di altissimo livello e le strutture create dai Tolemei a produrre i risultati che poi ebbero riflessi in tutto il Mediterraneo e oltre.

Benché vissuto molto più tardi (nel I secolo a.C.), occorre ricordare anche Erone di Alessandria che costruì la prima turbina a vapore di cui si abbia notizia – in grado di aprire automaticamente le porte di un tempio – e molte altre macchine, alcune delle quali sembrano poco più che dei giocattoli (come la colomba volante), altre invece sono

strumenti molto preziosi sia dal punto di vista del rilievo topografico, come il corobate,4 sia per i lavori di cantiere, come il paranco, la puleggia e la gru.5

All’origine di tutto questo vi fu l’azione di Alessandro.

Già durante la sua spedizione le continue esigenze di mezzi bellici dovettero stimolare l’inventiva e le capacità dei suoi ingegneri tanto che Robin Lane Fox dichiara che la conquista di Tiro avvenne più al tavolo da disegno di quanto non si potrà mai immaginare.6 Ma ciò che più conta è che unificò, o tentò di unificare, in un unico organismo politico tutte le antiche civiltà fra il Mediterraneo e il subcontinente indiano, avviando un processo che non si fermò più. Ad Alessandria e negli altri grandi centri dell’ellenismo, Antiochia, Rodi, Efeso, Apamea, Pergamo, si realizzarono in un modo o nell’altro i suoi sogni di un mondo globalizzato in cui ogni eredità culturale e ogni sapere si mescolasse come in un crogiolo, dando vita a una civiltà nuova e originale quale il mondo non aveva mai prima conosciuto. Perciò Alessandro fu detto “il Grande”:

non perché aveva conquistato un grande impero o perché aveva compiuto grandi imprese, ma perché pensava in grande. Alessandria fu una città sperimentale dove tutto divenne possibile, dagli “effetti speciali” delle scenografie tridimensionali nei più di trecento teatri della città, all’astrofisica, ai teoremi matematici più avanzati.

Il mare ad Alessandria fu urbanizzato contemporaneamente alla terra. L’isola che concludeva la baia verso nord fu collegata alla terraferma e quindi alla città di Dinocrate con un molo lungo sette stadi (chiamato per questo “eptastadion”), pari a circa 1400 metri. Il molo divise la baia in due specchi d’acqua che divennero due porti, a destra e a sinistra dell’eptastadion, uno con l’imbocco verso ovest (eunostos), l’altro con l’imbocco verso est delimitato a ovest dall’isola, a est dal promontorio Lochias dove sorgeva l’area delle residenze reali che occupavano, racconterà Strabone, un quarto, se non

addirittura un terzo della città (Geografia, XVII 1, 7-10, in part. 3).

A quel punto fu innalzato da Sostrato di Cnido, e per volontà di Tolemeo I Soter, l’edificio più alto della città e il secondo più alto del mondo conosciuto dopo la Grande Piramide. Era una torre che fungeva da segnalatore per le navi in avvicinamento, alta 134 metri secondo alcuni, più probabilmente 95 secondo altri,7 chiamata il Faro, dal nome dell’isola su cui sorgeva. Racconta Flavio Giuseppe (Ant. Jud., IV, 612-13) riferendo l’intenzione di Vespasiano di occupare l’Egitto e convincere le due legioni di presidio a unirsi a lui, che il paese del Nilo era completamente privo di porti tranne che quello di Alessandria. Il quale, però, non era certo un obiettivo facile per via di numerosi scogli affioranti e forse anche, in certi punti, per fondali bassi e barene molto pericolosi per la navigazione. L’isola di Faro, da cui prese il nome la torre, era una formazione rocciosa che ben si prestava a reggere una simile mole mentre tutti i terreni attorno erano sabbiosi o melmosi. Inoltre la navi, ma a tenerle a distanza di sicurezza dalle turbolenze del mare che frangeva sugli scogli e contro i moli, affinché entrassero in porto soltanto con la luce del giorno. La

Decisione non comune, perché abitualmente il committente si prendeva il merito di tutta l’impresa. Per questo c’è chi pensa che in realtà Sostrato, oltre a progettare il Faro, ne abbia anche ideato e finanziato la costruzione.9

L’isola di Faro era già nota a Omero (Od., IV, 335) il che significa a coloro che frequentavano quelle acque ai tempi in cui fu composta la Telemachia. Proprio il viaggio di Telemaco in cerca di notizie del padre disperso è l’ambito in cui l’isola viene nominata. È in quei paraggi infatti che Menelao è approdato tornando da Troia spinto da un vento di settentrione. Nell’isola di Faro abitava Proteo, un vecchio che dava oracoli. Era solito uscire dal mare verso mezzogiorno e mettersi all’ombra vicino alle rocce con il suo gregge di foche. Era lì che bisognava sorprenderlo. Il vecchio era bizzoso e si doveva immobilizzarlo perché vaticinasse. Per sfuggire alla cattura egli poteva assumere infinite forme, perfino trasformarsi in acqua o in fuoco. Non bisognava spaventarsi e occorreva invece mantenere salda la presa. Alla fine egli riprendeva il tranquillo aspetto di vecchio e dava il suo vaticinio. Questa citazione tanto prestigiosa è dovuta probabilmente alla presenza della baia, riparo per le navi che incrociavano sulle coste dell’Egitto, dirette a occidente verso i grandi bacini minerari della Betica, o spinte colà dai venti che flagellavano il capo Malea.

Secondo le ricostruzioni comunemente accettate, il Faro si componeva di tre parti: una quadrangolare alta probabilmente una sessantina di metri, una ottagonale e una terza cilindrica che si suppone avesse un meccanismo rotante come i fari moderni. Nella piazza delle Corporazioni, a Ostia, il faro è rappresentato due volte. La prima come un edificio a tre piani di cui l’ultimo di forma cilindrica; in sostanza forse una copia di quello di Alessandria, anche se di dimensioni più contenute e con un fuoco stilizzato sulla cima. L’altro invece è a quattro piani, sormontato da una statua.

Una riproduzione simile si trova su un sarcofago paleocristiano del III secolo d.C.10 Il faro qui è a quattro piani tutti poligonali, per cui potrebbe non essere quello di Ostia come ipotizzato. Sulla sommità si vedono dei raggi:

non è chiaro se si tratti di fiamme stilizzate di un fuoco o di raggi luminosi.

Interessante è altresì il mosaico del XIII secolo nella basilica di San Marco, che rappresenta una scena della vita dell’evangelista considerato il fondatore della chiesa alessandrina. In quel mosaico è raffigurata una nave nel momento in cui entra nel porto e infatti uno dei membri dell’equipaggio appare in atto di disalberare mentre un altro lo coadiuva tenendo il pennone con una sartia. Il santo, distinguibile per l’aureola, siede invece, benedicente, a poppa. Di fronte si erge il faro, che ha in tutto tre piani di cui l’ultimo sormontato da una cupola con tegole. Si direbbe una rappresentazione di fantasia più che l’aspetto che effettivamente doveva avere nel Medioevo.

Il Faro era talmente importante ad Alessandria che la principale divinità dell’Egitto, Isis, aveva l’attributo di Pharia, ossia sua protettrice, e ci resta una moneta del II secolo che la raffigura di fronte alla torre. La struttura della costruzione appare incerta, ma vi si riconoscono i tre piani, l’ultimo dei quali sormontato da una statua, forse di Zeus o di Poseidone.11

La grande torre, come è noto, sopravvisse fino al XIII secolo, quando fu abbattuta da un terremoto. Ma a molti altri dovette resistere, in tutto quel tempo. Sicuramente resistette al maremoto, un autentico tsunami, che nel 365 d.C. si abbatté sul porto scaraventando alcune navi sui tetti delle case e altre a diverse miglia nell’entroterra. La descrizione che ne fa Ammiano Marcellino è impressionante: l’acqua del porto dapprima si ritira cosicché molta gente accorre a vedere il fenomeno, poi arriva la gigantesca ondata di riflusso ed è la catastrofe.12 C’è chi pensa che in quell’occasione la tomba di Alessandro possa aver subito gravi danni, ma di certo sappiamo che il Faro resistette e continuò a svolgere la sua funzione per secoli.

Ma qual era il suo funzionamento? C’era solo un fuoco sulla sommità, come vuole qualcuno?13 Ed era questo sufficiente a lanciare un raggio luminoso fino a 48 chilometri di distanza nella notte? Il fuoco sarebbe stato visibile a tale enorme distanza solo per il fatto di ardere a 95 o più metri di altezza?

È interessante a questo proposito considerare ciò che avveniva nel più antico faro d’Europa, costruito nel 1128 a Genova e tuttora il quinto del mondo per altezza (calcolando anche lo scoglio su cui si erge, la Lanterna raggiunge infatti i 117 metri). Nei primi tempi la Lanterna era alimentata con fasci di brugo secco, una pianta molto simile all’erica, sicuramente ricca di cellulosa, per produrre un fuoco bianco e molto luminoso. Le navi in ingresso nel porto erano tenute comunque a pagare un contributo per l’acquisto del combustibile e per la manodopera. In seguito furono apportate numerose migliorie, fino a adottare ottiche moderne e girevoli su una piattaforma circolare. Gli addetti erano tenuti a lucidare in continuazione i vetri e anche a sostituirli quando i fulmini li colpivano o le torsioni e le oscillazioni dovute alla forza delle tempeste li facevano incrinare o andare in frantumi. La portata del raggio in queste condizioni era di 20 chilometri.

Questo premesso, possiamo ancora fidarci della testimonianza di Flavio Giuseppe?

Studi recenti hanno avanzato un’ipotesi audace e affermato che la vera meraviglia non era la torre in se stessa, che pure sfidò tempeste, maremoti e terremoti, ma il meccanismo al suo interno.14

In realtà, come spesso accade, le nostre fonti non ci forniscono dati tecnici, ma si limitano a ricordare le principali caratteristiche del monumento che, in questo caso, è una grande torre di segnalazione che divenne il modello per molti altri fari e che a tutt’oggi rimane l’archetipo di questo genere di costruzione. È probabile che non si tratti sempre di distrazione o di differenza di

interessi, ma semplicemente del fatto che si preferiva mantenere i segreti tecnologici. A Rodi, per esempio, una delle grandi potenze navali dell’epoca ellenistica, c’era la pena di morte per chi veniva sorpreso a spiare nei cantieri dove si costruivano navi da guerra di ultima generazione (Strabone, Geografia, XIV, 2, 5). Né si sono mai saputi i segreti di Helepolis, la possente macchina ossidionale di Demetrio Poliorcete. I Cartaginesi avevano un sistema costruttivo simile alle nostre linee di assemblaggio che consentiva loro di approntare grandi flotte in tempi relativamente brevi, ma lo si è scoperto solo leggendo i segni alfabetici sul fasciame della nave di Marsala.15 Lo stesso segreto proteggeva le rotte atlantiche dell’oro e dello stagno, e le rotte transoceaniche recentemente ipotizzate.16 Russo, nel suo ampio studio sui risultati scientifici e tecnologici della ricerca ellenistica, fa notare che, proprio nel periodo in cui si costruiva il Faro, ad Alessandria e forse in altri centri di ricerca si sviluppava la catottrica, ossia la scienza della rifrazione della luce, e si metteva a punto la teoria delle coniche che in seguito permise la realizzazione di specchi parabolici, quindi, probabilmente, di proiettori. Uno dei grandi miti tecnologici dell’epoca erano i celebri specchi ustori con cui Archimede avrebbe incendiato le navi di Marcello nel porto di Siracusa sotto assedio nel 212 a.C.

Oggi quasi nessuno, a parte qualche irriducibile amatore, crede che il grande scienziato siracusano avrebbe potuto sviluppare una simile arma e soprattutto specchi di dimensioni enormi quali sarebbero stati necessari per raccogliere e concentrare nel fuoco della parabola così tanta energia solare. Questo sistema è oggi alla base della caldaia solare costruita dal professor Carlo Rubbia in Sicilia e di altre potentissime caldaie solari in Spagna. Ciò che importa, però, è che in età ellenistica si parlasse di specchi parabolici. Russo ricorda che Archimede aveva scritto un trattato di catottrica e che era in corrispondenza

con Dositeo, uno scienziato del Museo che aveva costruito uno specchio in grado di far convergere i raggi del sole in un punto.17

Russo considera attendibile, come si è detto, la portata di 300 stadi ossia di 48 chilometri riferita da Flavio Giuseppe, perché corrisponde al limite della curvatura della Terra e all’orizzonte, e la controprova sarebbe l’altezza eccezionale del Faro che non avrebbe senso se il sistema della lanterna non avesse avuto la possibilità di rendersi visibile da tale distanza. Una simile portata, d’altra parte, poteva essere raggiunta solo tramite un riflettore, cosa che Russo ritiene sicura perché i viaggiatori arabi che visitarono il Faro videro delle superfici riflettenti di metallo.18 È interessante notare che il cosiddetto “faro di Abusir”, un monumento funebre molto più piccolo ma di forma molto simile al Faro di Alessandria, distava 48 chilometri dal suo gigantesco modello, la stessa distanza che Flavio Giuseppe considera la portata massima della torre alessandrina. Si potrebbe forse ipotizzare che fosse utilizzato come punto di osservazione per misurare la portata stessa del Faro?

Russo pensa anche che la forma cilindrica della lanterna significasse che era dotata di un meccanismo di rotazione per rendere meglio visibile il raggio luminoso e consentire di distinguerlo da altre sorgenti di luce, come le stelle. Dice infatti Plinio (NH, XXXVI, 83): “… Il pericolo del sistema sta nella possibilità che, bruciando in continuazione, questi fuochi siano scambiati per stelle”.

Non mancano pareri del tutto contrari a questa ipotesi.

L’indagine dei Romer, che tuttavia è precedente allo studio di Russo, fa riferimento alle ipotesi di Thiersch 1909, nonché Thiersch 1915, sull’uso di specchi e riflettori, definendole fantastiche e influenzate dalla temperie scientifica e tecnologica dei primi del Novecento, e nega recisamente che gli scienziati alessandrini ricavassero applicazioni pratiche dalle loro teorie scientifiche. Ricorda che l’economia schiavile impediva ogni progresso e che gli

stessi scienziati aborrivano le applicazioni pratiche dei loro studi perché le ritenevano comunque attività indegne di uno studioso: in tal senso, qualunque ipotesi di un’apparecchiatura tecnologica nella lanterna del Faro sarebbe pesantemente viziata dalla mentalità modernista degli studiosi che l’hanno formulata.19

L’ipotesi di Russo è in realtà verosimile, e se il meccanismo esisteva, come tanti indizi farebbero supporre, significa che qualcuno l’aveva costruito. D’altra parte, la realizzazione di navi gigantesche (le dimensioni e la stazza della “Siracusana” furono superate solo dalla Victory di Nelson), di statue colossali, di macchine da guerra formidabili, di catapulte capaci di lanci stupefacenti, di una torre alta 100 metri, di meccanismi per il sollevamento dell’acqua, di torchi, di pompe a pistoni, di gru e paranchi, di strumenti topografici di precisione, di meccanismi di calcolo astronomico come il meccanismo di Anticitera recentemente sottoposto a TAC per scoprirne le funzioni, sono indice di un fervore di inventiva che per forza doveva coinvolgere gli ingegni migliori e manodopera altamente specializzata e non solo la fatica fisica degli schiavi.

Certo, molti interrogativi restano e le risposte possono essere solo ipotetiche: di che tipo era il fuoco? Com’era alimentato? Come veniva trasportato il combustibile fino in cima alla torre? Come si smaltiva il fumo? Come si evitava che le superfici riflettenti venissero costantemente oscurate dalla fuliggine? Romer ipotizza che si utilizzasse dell’olio, visto che il legname in Egitto è scarsissimo e di

Certo, molti interrogativi restano e le risposte possono essere solo ipotetiche: di che tipo era il fuoco? Com’era alimentato? Come veniva trasportato il combustibile fino in cima alla torre? Come si smaltiva il fumo? Come si evitava che le superfici riflettenti venissero costantemente oscurate dalla fuliggine? Romer ipotizza che si utilizzasse dell’olio, visto che il legname in Egitto è scarsissimo e di

In document University of Groningen Radiopharmaceuticals for translational imaging studies in the field of cancer immunotherapy van der Veen, Elly (Page 45-55)